Le Upanisad e lo Yoga

30.01.2018

Articolo comparso sul Giornale dello Yoga in data 26/01/2018

Le Upanişad sono una serie di testi, in parte in prosa e in parte in versi, che vanno a concludere la letteratura vedica. Le Upanişad raccolgono l'essenza di tutta la filosofia e la religione indiana. Si narra che le Upanişad più importanti siano 108, ma che di queste 10 o 11, a seconda degli autori, siano quelle di maggiore importanza e 20 di queste vengono anche chiamate le Upanişad dello Yoga (sotto gruppo delle Upanişad minori) e sono state composte in un periodo compreso tra il IX e il XVIII secolo. Già da questa breve cronologia si può intendere come sia complesso e articolato il mondo delle Upanişad, così come tutta la raccolta delle Scritture della filosofia indiana, sottolineando ancora una volta la ricchissima produzione di testi e pensieri filosofici che si sono andati, nei secoli, a delineare ed arricchire sempre più, donandoci testi complessi ma molto affascinanti, sia in prosa che in versi, molti dei quali esoterici e di non facile e immediata comprensione. Ciò non toglie che non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e cercare, per quanto possibile, di fare ordine in questa materia che troppo a lungo è stata messa in disparte dai praticanti Yoga. Questi importanti testi infatti vanno a rafforzare il diritto di appartenenza dello Yoga al corpus filosofico, spirituale e religioso dell'India, ricordando il grande spazio dedicato non solo alla cura e conoscenza del corpo ma anche alla meditazione (Dhyāna) e all'arte del controllo del respiro (Pranayama).

Ecco una breve cronologia di alcune Upanişad classiche di nostro interesse per gli argomenti trattati:

•Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (IX-VIII sec. a.C.) cita il controllo del respiro associato alla ripetizione mentale di una frase (1.5.23):

•Chāndogya Upaniṣad (IX-VIII sec. a.C.) si occupa del Praṇava, ovvero della ripetizione del Maha Mantra (il grande mantra) mantra Aum. Inoltre questa Upanisad si conclude con un versetto che anticipa i passi dell'Astnga Yoga codificati da Patanjali, ricordando che al ritiro dei sensi verso il Sé (Prathyāhārā), assieme a regole e precetti morali e comportamentali (Yama e Niyama) il praticante si incammina verso il Samadhi e verso il termine del Samsara, ovvero del ciclo delle rinascite.

•Māṇḍkūya Upaniṣad (VIII sec. a.C.) lunga solo 12 versi, si occupa del Maha Mantra Aum, la sacra sillaba che si udì al momento della creazione. Viene qui descritto il collegamento tra l'Aum e i quattro stati di coscienza, infatti le lettere A, U, M corrispondono rispettivamente allo stato di veglia, sonno e sonno profondo.

OM. Questo mondo eterno è tutto: ciò che era, ciò che è e ciò che sarà, e ciò che è al di là nell'eternità. Tutto è OM

Il Brahman è tutto e l'Atman è Brahman. L'Atman, il Sé, ha quattro stati o condizioni.

Il primo è la vita nello stato di veglia della coscienza che si muove verso l'esterno, che gode dei sette elementi grossolani esteriori. Il secondo è la vita nello stato di sogno della coscienza che si muove all'interno, godendo dei sette elementi sottili interiori nella sua stessa luce e solitudine. Il terzo è la vita nello stato di sonno della coscienza silenziosa dove la persona non ha desideri né sogni. Questa condizione di sonno profondo è quella di unità, un ammasso di coscienza silenziosa fatta di pace e che gode della pace. Questa coscienza silenziosa è onnipotente, onnisciente, il sovrano interiore, la sorgente di tutto, l'inizio e la fine di tutti gli esseri. Il quarto stato è quello dell'Atman nel suo stato più puro: la vita risvegliata della coscienza suprema. Non è né coscienza esteriore né coscienza interiore, né semi-coscienza, né coscienza di sonno, né coscienza e neppure incoscienza. E' l'Atman, lo stesso Spirito, che non può esser visto o toccato, che è al di sopra di ogni distinzione, al di là del pensiero e ineffabile. L'unione con lui è la prova suprema della sua realtà. E' la fine dell'evoluzione e della non-dualità. E' pace e amore.

Questo Atman è la Parola eterna OM. E' composto da tre suoni: A, U, e M, che sono i primi tre stati di coscienza, e questi tre stati sono i tre suoni. Il primo suono, A, è il primo stato, della coscienza di veglia, comune a tutti gli uomini. Lo si trova nelle parole Apti, 'conseguire', e Adimatvam, 'esser primo'. Colui che conosce questo ottiene in verità la realizzazione di tutti i suoi desideri, e primeggia in tutte le cose. Il secondo suono, U, è il secondo stato, della coscienza del sogno. Lo si ritrova nelle parole Utkarsha, 'che si eleva', e Ubhayatvam, 'entrambi'. Colui che conosce questo accresce la tradizione della conoscenza e ottiene equilibrio. Nella sua famiglia non nascerà mai qualcuno che non conosca il Brahman. Il terzo suono, M, è il terzo stato, della coscienza del sonno. Lo si ritrova nelle parole Miti, 'misura', e nella radice Mi, 'finire', che dà luogo ad Apiti, 'il fine ultimo'. Colui che conosce questo misura tutto con la mente e ottiene il Fine ultimo. La parola OM come suono unico è il quarto stato della coscienza suprema. E' al di là dei sensi ed è la fine dell'evoluzione. E' non dualità e amore. Va con il suo sé verso il supremo Sé colui che conosce questo, colui che conosce questo.[1]

•Taittirīya Upaniṣad (VI-V sec. a.C.) compaiono i concetti legati all'Atman e anche descrizioni che ci riportano a concetti fondamentali per lo yoga e l'ayurveda, come ad esempio quelli di Kosa e Loka (corpi e mondi), gli elementi (Tanmatra e Panca Maha Buta) e il respiro e il soffio vitale (prana). Inoltre tratta l'argomento della genesi e della volontà divina di creare.

•Kā ha Upaniṣad (V sec. a.C) compare il termine "adhyātman yoga" Inoltre si introduce per la prima volta una concreta definizione dello yoga come pratica spirituale, descrivendolo come fermo controllo dei sensi che conduce alla ferma attenzione, condizione di equilibrio interiore.

•Śvetaśvatara Upaniṣad (III sec. a.C.) parla di meditazione, introducendo il concetto poi esposto da Patanjali dhyāna. Gli elementi che riportano al teismo e quelli che invece richiamano il Sāmkhya ormai si mescolano portando in evidenza uno sviluppo lento ma graduale della pratica yogica e del teismo come Bhakti, inoltre descrive l'importanza della pratica esperienziale per giungere alla conoscenza e alla comprensione che parte indiscutibilmente dall'individuo e dalla sua consapevolezza e percezione.

•Maitrāyaṇiya Upaniṣad (II sec. a.C) compare il primo riferimento a un sistema di sei mezzi che preannunciano il sistema a otto gradini introdotto da Patañjali.

Alcuni dei temi trattai dalle cosiddette Upanişad dello Yoga sono:

•Sandilya Upanişad si descrivono qui gli otto mezzi, così come Patanjali ce li ha trasmessi in seguito attraverso lo Yoga Sutra.

•Brahmavidyā Upanişad riprende il tema già affrontato della sacra sillaba Aum, ma aggiunge il quarto stato di coscienza o Turya che si ritroverebbe, nella recitazione del Pranava Aum nel silenzio che segue la recitazione stessa, come in una sorta di assorbimento finale e complessivo, ovvero un ritorno a Brahman dalla manifestazione "spiegata" dalle tre lettere A,U,M, che rappresentano infatti i tre stati di coscienza veglia, sonno e sogno.

•Ksunika Upanişad tratta gli effetti della pratica meditativa, nello specifico della concentrazione (dhārānā). Viene descritto il luogo e l'attitudine giusta alla pratica, l'importanza della postura e del ritiro dei sensi (pratyāhāra). Anche le fasi del pranayama vengono qui descritte: dopo aver recitato l'Aum si riempie il corpo di aria, si trattiene l'aria inspirata (Kumbhaka) e si espira poi dalle narici. Vengono descritte anche le posizioni corrette delle dita che, chiudendo alternativamente le narici, ci portano a praticare il tradizionale pranayama. Si introduce l'argomento delle Nadi, e la risalita lungo la suşumnā è paragonata ad un ragno che risale lungo il filo della sua ragnatela.

•Nādabindu Upanişad affronta nuovamente l'importanza e il significato esoterico del mantra Aum e spiega inoltre come lo yoga sia un percorso graduale in cui la mente progressivamente si emancipa liberandosi dall'influenza dei Guna (proprietà della materia) e dei sensi, dissolvendosi così nella pura coscienza. Nello specifico di questi versi si comincia trattando la lettera A che viene considerata il lato destro dell'Ātman, U il lato sinistro, mentre la M è la coda e il mezzo suono è la testa. I versi proseguono accostando vari parti del corpo ai Guna (le zampe), il Dharma (l'occhio destro) e l'Adharma l'occhio sinistro. Infine i Loka vengono accostati ai piedi, le ginocchia, al bacino, all'ombelico, al cuore, alla gola e al centro delle sopracciglia. Non solo si ritrova lo stretto legame tra micro e macrocosmo ma anche tra i Chakra e le zone del corpo afferenti

•Amtabindu Upanişad si riprende anche qui la recitazione del Pranava Aum, l'importanza del pranayama e la sua pratica, la suddivisione del percorso spirituale attraverso stadi graduali e dell'immortalità dell'anima:

•Dhyānabindu Upanişad agli argomenti detti finora si aggiunge la descrizione e l'inserimento nella pratica della kundalini e la sua risalita e di varie tecniche yogiche come il Mūlabandha, l' Uḍḍiyāṇabandha, il Jālandharabandha, il khecarīmudrā.

L'Upaniṣad si conclude con l'accurata descrizione di una meditazione sui cinque elementi unita all'applicazione di nāda. Ogni elemento è legato a un soffio, un bija e un colore:

· Ya --- Colore di una nuvola blu --- prāā --- acqua

· Ra --- Colore del sole --- apāna --- fuoco

· La --- Colore del fiore bandhuka --- vyāna --- terra

· Va --- colore della conchiglia --- udāna --- aria

· Ha --- Colore del cristallo --- samāna --- etere

•Yogatattva Upanişad come in tutte le Upanişad il tema principale, di partenza e/o di arrivo, è sempre la condizione di prigionia e ignoranza a cui è schiava l'anima, fino a quando non si raggiunge uno stato di libertà spirituale che scopra il velo di Maya (illusione). A differenza degli altri testi la conoscenza viene qui svelata non da Śiva ma da Vişņu, come accade nella Bhagavadgītā, dove Vişņu si presenta nella personificazione di Krishna.

Interessante, a mio avviso, notare come lo yoga sia una disciplina che supera i tempi e le "mode", sottovalutiamo molto la grande capacità e profondità (nonché libertà) di una pratica teista che ci lasci una tale libertà di scelta e azione su noi stessi e la nostra vita. Lo Yoga infatti ci invita a perseguire la ricerca di Dio, ma allo stesso tempo ci chiede di non dedicarci solo a riti e esteriorità ma di ricercare in primis la verità e la conoscenza che è già dentro di noi, così come dio è già presente in tutti noi, semplicemente è assopito e addormentato nell'oblio dell'illusione, la sua presenza e la sua verità non necessitano di speculazione ma solo di amore e leggera spontaneità.


[1]Traduzione dall'inglese della Māṇḍkūya Upaniṣad tratta da: https://www.gianfrancobertagni.it